LO SPORT CREA IMPORTANTI CONNESSIONI (parte 1)
La decima di edizione di “Oltre la Barriera. Una partita da vincere!” all’Istituto Penale Minorile “Meucci” di Firenze promossa da Rerum con il sostegno della Fondazione Migrantes, si è svolta nel pomeriggio di mercoledì 22 aprile. Un sentito ringraziamento alla Direzione, all’Area Educativa e alla Polizia Penitenziaria dell’Istituto per la preziosa collaborazione.
A seguire una prima serie di personali testimonianze scritte da soci ed amici di Rerum che vi hanno partecipato, con foto di Paolo Lamioni. Altro nei prossimi giorni e su FB e Instagram.
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Di quei giorni ricordo diverse emozioni: la tensione mista a emozione prima di entrare, la contentezza di rivedere i ragazzi dell’Istituto Penale Minorile di Firenze (IPM), i loro sorrisi e che il coordinatore degli educatori si ricordava i nostri nomi. In un primo momento mi è saltato in mente un pensiero “tutto questo che stiamo facendo, deve avere un qualche valore…altrimenti non si spiega!”. Allo stesso tempo mi ricordo anche la familiarità di quel luogo, dove alla fine era passato quasi un anno dall’ultima nostra visita; eppure non mi era sconosciuto.
Il giorno in cui andiamo a presentare “Oltre la barriera” ai ragazzi, ero sommersa dalle fatiche che già l’inizio della settimana lavorativa mi stava regalando. Mi ricordo che in motorino pensavo “chissà se si ricorderanno della regola del FairPlay”. Dopo esserci incontrati al bar (io, Robi, Mite, Ema e Michi) entriamo dentro l’IPM. Incontriamo i ragazzi dopo qualche momento di dialogo con l’educatore. Il primo stupore che ho avuto è che molti di loro si ricordavano di noi, sono venuti a salutarci di persona. Allo stesso tempo mi colpì anche la nostra familiarità con loro: anche noi ci eravamo mossi per salutarli.
Arriva il momento in cui iniziamo a spiegare l’obiettivo della giornata e le regole: “Una cosa innovativa sarà il FairPlay” dico. In quell’attimo alcuni ragazzi sorridono, uno di loro dice “Il FairPlay! Me lo ricordo ragazzi! Poi vi spiego meglio” (rivolgendosi ai ragazzi assenti l’anno prima). Mi rendo conto che anche io stavo sorridendo.
Finiscono le spiegazioni, salutiamo tutti e usciamo. Improvvisamente tutte le fatiche del lavoro erano scomparse: dentro di me c’era solo immensa gratitudine.
Una settimana dopo il giorno tanto atteso finalmente arriva: oltre la barriera. Al nostro arrivo alcuni ragazzi erano già in giardino che sistemavano l’erba del prato accanto al campo da calcio. “Non siamo gli unici che stanno preparando tutto con cura allora” ho pensato. Ci mettiamo a sistemare l’amplificazione, i cartelloni con i nomi delle squadre e intanto parliamo per smorzare l’agitazione.
Inizia il torneo: io ed Ema facciamo la telecronaca e il tempo sembra passare troppo velocemente. Dopo qualche ora, infatti, tutto sembra finito, consegnamo le medaglie alle squadre e la coppa per il gruppo con più punti FairPlay.
Ci ritroviamo nuovamente a salutare tutte le persone presenti in quel momento. Le salutiamo dicendo “a presto allora!”, come per dire che saremmo tornati il prima possibile.
Alla fine della giornata è tarda sera e io sono sul motorino che mi dirigo verso dei miei amici, con il sorriso in volto e piena di felicità. Durante il tragitto ripercorro con la mente tutto il percorso fatto, per arrivare fino a quel momento. Mi rendo conto del motivo di tanta felicità.
“Che valore ha tutto quello che abbiamo costruito per questa giornata? Qual è il motivo di organizzare tutto con attenzione e cura?”.
Me lo sono chiesta diverse volte. Il motivo che sono riuscita a darmi è che, per quel giorno, tutti i giovani dell’IPM tornano a essere visti come dei semplici ragazzi che giocano a calcio. Tornano ad avere un valore come persona, che non è giudicata dal reato commesso. Anzi, tutti loro tornano ad essere dei ragazzi con un nome, tornano ad essere ricordati.
Virginia Tomasello
Educatrice professionale
Stare un pomeriggio a contatto con i ragazzi detenuti nel carcere minorile di Firenze ti porta a riflettere. Ti trovi in un carcere, al di fuori della tua zona di comfort, e hai a che fare con coetanei. A ogni mano che tocchi, la testa ti obbliga a pensare a come possano essere state usate quelle mani, se la persona che hai davanti non uscirà dalla porta principale con te al termine del pomeriggio. La mente ti obbliga a cercare di ricordare quella faccia, sperando di riconoscerla in un futuro al di fuori di quelle mura, in un contesto quotidiano qualsiasi, magari tra risate durante una serata tra amici.
Sono bastati davvero pochi istanti per rompere il ghiaccio. Dopo qualche saluto iniziale, freddo e distaccato, ci siamo trovati a incitare i nostri compagni al termine di un’azione di gioco sfumata. Come se quelle mura non esistessero, come se tornare nella propria casa al termine della giornata fosse un cliché.
È stato lampante come chi fosse impegnato in campo condividesse uno spazio dove lo status sociale era lo stesso per tutti. Così come quella velata amarezza nei volti dei ragazzi in occasione della premiazione.
Il momento dei saluti è stato emotivamente importante e colmo di significato. Ognuno ha portato se stesso, accogliendo le emozioni o respingendole. Qualcuno ha dimostrato gratitudine ringraziando apertamente e qualcun altro rimanendo in disparte e in silenzio. In entrambi i casi è stato chiaro che l’attività ha portato i ragazzi a riflettere, così come noi.
Ci è stato permesso di uscire dallo spazio condiviso non prima che tutti i ragazzi fossero rientrati nelle proprie celle. Pur essendo una procedura di sicurezza da seguire, sono stato colpito da questo particolare: qualche minuto dopo aver condiviso non solo del tempo insieme, eravamo separati nuovamente da sbarre.
Credo che attività come “Oltre la Barriera” rappresentino un modello concreto in grado di aiutare nello scopo per cui nasce il carcere in Italia e nel sensibilizzare a riguardo.
Edoardo Baroncini
Volontario partecipante
Il 22 aprile é una giornata che porterò con me a lungo. Tornare ad arbitrare il torneo al carcere minorile di Firenze, per il secondo anno, è stato ancora una volta un mix di emozioni difficili da spiegare fino in fondo.
Da una parte, tanta felicità: vedere i ragazzi giocare, competere, sorridere e condividere il campo con rispetto e fair play è stato qualcosa di meraviglioso. Le partite si sono svolte in un clima sereno e corretto, con un livello tecnico sorprendente e una grande attenzione reciproca.
Non sono mancati abbracci, strette di mano e momenti di dialogo, piccoli gesti che hanno reso tutto ancora più vero e significativo, creando occasioni di conoscenza reciproca che vanno oltre il gioco. Dal punto di vista arbitrale è stato tutto molto lineare: i ragazzi hanno reso il mio compito semplice grazie al loro atteggiamento, dimostrando maturità e rispetto dei ruoli. Più che dirigere, ho avuto la sensazione di accompagnare il gioco, lasciando spazio a ciò che di più autentico stava accadendo in campo.
Dall’altra parte, però, resta anche una sensazione di malinconia. Perché si percepisce chiaramente quanto momenti come questi siano importanti per loro, occasioni vere di libertà, di condivisione e di normalità dentro un contesto che normale non è. Ed è impossibile non pensarci, una volta usciti da lì.
Torno a casa con gratitudine per aver potuto far parte di questa giornata, con la consapevolezza di quanto lo sport possa creare connessioni autentiche anche nei luoghi più difficili, e con la speranza che per questi ragazzi possano esserci sempre più occasioni come questa, dentro e soprattutto fuori dal campo.
Margherita Fioravanti
Arbitro Nazionale di Beach Soccer, sez. di Firenze





























