… É SEMPRE LA PARTE PIÚ DIFFICILE
Milano-Bollate, 22 maggio 2026
All’indomani dell’XI Edizione di “Oltre la Barriera. Una partita da vincere!” svoltasi il 22 maggio scorso nella 2° Casa di Reclusione di Milano- Bollate, diamo spazio e parola ad alcune delle 64 persone venute con Rerum dalla Toscana e da altre Regioni italiane. Nel ringraziarli per la loro presenza e fattiva collaborazione, ci preme citare e ringraziare Il Direzione dell’Istituto, l’Area Educativa/Trattamentale, la Polizia Penitenziaria con una citazione particolare per quanti vivono e lavorano nel IV Reparto.
Servizi fotografici dei tornei di Calcio e Pallavolo a cura di Paolo Lamioni e Fabio Salustri.
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Prof. buonasera! La chiamo ancora prof perché mi viene naturale 😅
Mi ci sono voluti alcuni giorni, molti racconti per metabolizzare la forza di questa esperienza. È stata una giornata che mi ha arricchito tantissimo nella sua “semplicità”.
Il tentativo di “missione” da parte nostra di portare ai ragazzi detenuti una giornata speciale, si unisce alla forza del messaggio che loro involontariamente ci donano solamente tramite un gesto, una parola, uno sguardo.
Ho riflettuto molto sulla fortuna che ho di essere libero, la libertà non è qualcosa di scontato, va vissuta, goduta e apprezzata, anche nei momenti che possiamo considerare “normali”, sono proprio quelli i momenti che fanno della nostra vita un percorso da scrivere, che per alcuni, per un breve o lungo periodo della vita, sembra ormai già scritto.
Il nostro compito penso sia proprio questo: fargli capire che c’è una speranza nel loro futuro, per ripartire, ricominciare.
Spero sia soltanto l’inizio di un lungo percorso insieme a Rerum che mi ha accolto come meglio non poteva fare.
Un abbraccio.
Pietro Bencini
Studente Universitario
“OLTRE LA BARRIERA” è un’esperienza che segna, cambia e costringe a riflettere.
Entrare in carcere significa lasciare fuori i pregiudizi ed essere pronti a guardare la realtà negli occhi. Oltre quel muro ho trovato storie, sguardi, paure, insicurezze.
Ho trovato persone che cercano ascolto, riscatto e la possibilità di essere viste per ciò che sono oggi, pur nel pieno rispetto del percorso di giustizia che stanno affrontando per gli errori del passato.
C’è un momento preciso, durante l’evento, in cui il muro che separa il “dentro” dal “fuori” crolla del tutto: quando si inizia a giocare. Sul campo non contano i trascorsi, i giudizi o le barriere: conta solo la squadra.
Elia Rialti
Laureato in Scienze Motorie; Operatore TMA
Il pensiero di entrare in un carcere per la prima volta mi aveva parecchio agitata. Era un’esperienza che desideravo molto, ma che allo stesso tempo mi preoccupava. Probabilmente perché l’idea comune delle carceri e delle persone che le frequentano non ti lasciano sperare che al loro interno possano esistere realtà tanto umane.
È un momento forte quello dell’apertura delle porte, ti rendi conto che stai entrando in un altro mondo, in cui il tempo scorre parallelo al tuo, ma in modo diverso. Eppure, una volta dentro, ti rendi conto che tra te e loro, non c’è tanta differenza, se non nelle storie di vita di ognuno.
Il momento del gioco è stato intenso, l’agitazione delle detenute nei confronti del gioco mi ha fatto riflettere. Ciò che per chi sta al di fuori è normale, per chi si trova ristretto è un evento, una cosa straordinaria.
Ha tutta un’altra valenza: si sono preparate per settimane, hanno fatto delle selezioni, si sono allenate insieme.
Io non conoscevo nessuna delle volontarie fino al momento in cui siamo scesi dal pullman, nessuno mi aveva chiesto se sapessi giocare a pallavolo. In quel contesto le cose hanno un valore diverso.
Ma quando abbiamo composto le squadre, abbiamo iniziato a giocare, non c’era più la differenza. Esiste un “noi” e un “loro” che, quando il fischietto suona, si annulla. Le status si cancella momentaneamente e si diventa tutti giocatori, a prescindere dalla storia personale di ognuno e dalla condizione di vita in cui ci si trova.
La mattina dopo, tornata a casa, ho pensato a lungo sul privilegio che ho avuto nel vivere questa esperienza. Alla gratitudine nei confronti di quanti hanno lavorato per rendere tutto questo possibile, che nasce come occasione per chi sta dentro, ma diventa insegnamento per quelli che vivono fuori.
Mariachiara Bianco
Assistente Sociale
Qualche anno fa avevo già vissuto un’esperienza con Rerum all’interno del carcere di Bollate. Quando mi è stata riproposta questa iniziativa, ho accettato subito con entusiasmo, perché ricordavo molto bene le sensazioni che avevo provato nei giorni successivi alla mia prima visita.
Anche questa volta è stata una giornata davvero intensa, emozionante e profondamente formativa. Per la seconda volta ho avuto modo di affacciarmi a una realtà molto diversa da quella che viviamo quotidianamente, entrando in contatto con persone e storie che fanno riflettere.
Durante la giornata ho conosciuto diverse persone e con alcune di loro sono riuscito a instaurare conversazioni sincere, raccontandoci esperienze di vita, passioni e pensieri.
È stato un confronto molto interessante, capace di lasciarmi qualcosa dentro.
La cosa che mi ha emozionato di più è stata ritrovare una persona che avevo conosciuto tre anni fa. Abbiamo parlato a lungo, condividendo riflessioni, passioni e punti di vista. È stato un momento che mi ha colpito profondamente.
Il giorno dopo, per me, è sempre la parte più difficile. Questa esperienza mi porta inevitabilmente a riflettere molto e mi lascia addosso sensazioni particolari, difficili da spiegare.
Per la seconda volta torno a pensare che questa sia un’esperienza che tutti dovrebbero fare, perché permette di avere una visione diversa di ciò che accade all’interno delle carceri e soprattutto delle persone che vi si trovano. Spesso esiste un’immagine estremizzata e distante dalla realtà, mentre alla fine si tratta sempre di persone, con storie, emozioni e umanità che meritano di essere ascoltate.
Matteo Libralesso
Musicista
“La propria destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose”.
Ed è proprio da questa frase di Henry Miller che vorrei partire, proprio perché dopo questa esperienza, sono tornato a casa con nuova consapevolezza verso i detenuti, data da alcuni dialoghi con loro iniziati con la mia curiosità e la loro voglia di aprirsi.
E’ stata una giornata di contrasti emotivi, iniziata con un brivido che mi ha attraversato tutto il corpo all’entrata delle mura. Ho alternato momenti di gioia a istanti di riflessione.
Il primo pensiero che ho avuto nei giorni seguenti è che il cambiamento è possibile. Ascoltandoli e guardandoli ho capito che la trasformazione di alcuni di loro è nata da due spinte principali. Da un lato la forza di chi continua a credere in loro all’interno delle mura, un esempio è il poliziotto che ha costruito l’aula di musica e ha formato la band che permette ai detenuti di avere momenti di spensieratezza. Dall’altro c’è il legame con l’esterno. Le lettere, le chiamate e le visite di chi è fuori, proprio come queste esperienze vissute grazie a Rerum, creano in loro il desiderio di riscattarsi dal passato perché vogliono dimostrare prima di tutto a loro stessi, che sono persone come noi, non sono il loro reato.
Ringrazio fortemente l’associazione per avermi dato l’opportunità di compiere un’opera di misericordia.
Damiano Fioravanti
Studente Universitario















































































